La marchesa degli angeli (miniati)
Il nostro editore Vittoria de Buzzaccarini è stata intervistata dal Corriere della sera per l’inserto settimanale del giovedì “Sette”. L’articolo di Antonio D’Orrico è stato pubblicato il 3 aprile e noi lo riportiamo anche sui nostri siti.
Mettete la famiglia più antica di Padova, i marchesi de (mi raccomando la di minuscola) Buzzaccarini. Gente che per farsi fare il mausoleo di famiglia ingaggiava un maestro trecentesco come Giusto de’ Menabuoi. Gente che ha dato i natali a vescovi, cardinali, giuristi e astronomi (e anche al sior marchese Ludovico che fu decapitato dai veneziani e ancora non si è capito il perché. Gente di grande snobismo che coltivava idee ghibelline e prestava soldi e armi al governo della Serenissima. E ora mettete una ragazza di nome Vittoria de Buzzaccarini. Brunoro, suo padre, è un brillante ufficiale di carriera che ha servito la patria e, soprattutto, re Vittorio Emanuele terzo di cui è stato strettissimo collaboratore. Vittoria è figlia unica e ha sempre vissuto, come dice lei stessa, “con il culo nel burro”. Ma una mattina (siamo agli inizi degli Anni Cinquanta del Novecento, ancora ben lontani dunque dal ’68 e dalla stagione della contestazione), Vittoria fa ai suoi genitori un discorso che è all’incirca il seguente: “Cari marchesi, mi avete rotto. Me ne vado”.
A quell’epoca e in quel palazzo e con quella storia familiare, suona come un discorso da extraterrestri. I marchesi, forti di una saggezza millenaria, cercano di prendere tempo: “Vittoria cara, finisci almeno l’università”. “No. Non ce la faccio più. Aveva ragione la zia Pia, la Viennese, quella che se ne scappò perché sosteneva che a Padova c’è troppa nebbia. Anche io qui mi sento soffocare”. E se ne parte davvero. Per Milano, la capitale della nebbia, a dimostrazione che il clima nella sua rivolta di sessantottina antelitteram non c’entra niente.
NEBBIA AL TAVOLO DEL BRIDGE
Nella metropoli Vittoria si mette a lavorare.
Giornalismo, moda. Si sposa. Con un ingegnere. “Un uomo adorabile, gradevolissimo”. Ha due figli. Ma il primo strappo non è bastato. “Oooh! Milano era così perbene. Giocavano tutti stupendamente a bridge. E io mi sentivo mancare l’aria di nuovo”.
Così Vittoria torna single. “Si, lo so, sono stata sventata. Anticonformista in maniera un po’ esasperata. Forse non sono stata una figlia perfetta, una moglie perfetta, una madre perfetta. Ma sono stata una donna, nel senso pieno, e lo sono ancora”.
La marchesa Vittoria de Buzzaccarini è seduta in uno dei salotti del palazzo padovano di famiglia. Sul tavolo ci sono le riviste di cui é fondatrice ed editrice. Sono riviste uniche in Italia, come Charta, la bibbia dei collezionisti di carta. O come Alumina, l’unica in Europa dedicata alle miniature.
Poi ci sono i libri che raccontano i restauri di codici preziosissimi che andavano in malora negli archivi e nelle biblioteche. Un’avventura cominciata per caso.
“Un giorno mi chiama Celestino Zanfi, editore modenese. Un uomo dolcissimo, pieno di intuizioni. Nessuna cultura di base ma un istinto incredibile. Con due soli difetti. Era una frana nell’amministrazione e aveva la pessima abitudine di telefonarti alle sei e mezzo di mattina. Insomma, anche quella volta mi tira giu dal letto e mi dice: “Tu devi farmi una rivista di collezionismo di carta”. Rispondo che ho altro da fare. “Pensaci”, dice lui”. Vittoria non ci pensa proprio. Cosa c’entra una come lei, ribelle e anticonformista, con il collezionismo di carta? Lei è moderna, ha chiuso con le anticaglie (comprese quelle più moderne che vanno sotto il nome di modernariato) da quando si è messa alle spalle Padova e la millenaria tradizione di famiglia. Ma Celestino Zanfi è testardo e ritelefona, sempre all’alba. “Ci hai pensato?”. “No”. “Vittoria, ci devi pensare perché il tuo futuro è quello”. E gli detta la linea editoriale: “Non devi fare una di quelle noiosissime riviste letterarie che uno si stravolge gli occhi dopo una pagina e la butta per terra. Devi fare una cosa comprensibile non solo sui libri ma anche sui manifesti, la pubblicità”.
Nasce così, giusto vent’anni fa, Charta, una rivista che piace, attesa ogni due mesi con curiosità e affetto dal suo pubblico. Vittoria ci mette il suo gusto, il suo tocco leggero. E ne diventa l’editrice quando Celestino Zanfi, sull’orlo del fallimento, gliela regala:”E’ tua. L’hai fatta tu”. Da lì nascono le altre iniziative compresa quella, un po’ all’Indiana Jones, che si chiama “Salviamo un codice”. Che significa restauriamo fogli preziosi come il taccuino con i disegni di viaggio di Vincenzo Scamozzi, l’erede di Andrea Palladio, o il taccuino con gli schizzi seicenteschi di Gaspar van Wittel (il Vanvitelli) in riva al Tevere.
A parte queste cose, belle e lodevoli, il vero motivo per cui la marchesa mi ha convocato qui a Padova è un piccolo grande scoop. Ma procediamo con ordine.
IL CONTE NON FA SCONTI
“Mio padre Brunoro faceva parte della casa militare di Vittorio Emanuele III. Gli stette a fianco dal 1942 fino all’abdicazione. Fu uno dei testimoni quando il re firmò l’atto di rinuncia alla corona. Un giorno, mentre si trovavano a Brindisi dopo la fuga da Roma, il re domandò a mio padre se sapeva battere a macchina. Alla risposta positiva, gli chiese di procurarsi della carta. “Le darò le mie memorie da trascrivere”.
Ma, per il precipitare degli eventi, non gliele diede mai e Brunoro de Buzzaccarini morì novantaquattrenne nel 1991 senza aver più saputo nulla di quelle memorie. “Mio padre veniva fuori ogni tanto con questa storia e diceva: “Vorrei tanto sapere dove sono andati a finire i diari del re”. Poi, nel 2010, mentre sfogliava un catalogo d’aste la marchesa lesse che era in vendita il diario di Vittorio Emanuele. “Allora telefono al direttore della casa d’aste e gli faccio un po’ di domande. Di chi è il diario? Del conte Pier Francesco di Bergolo. L’avete venduto? No. Cosa volete? Una cifra considerevole”.
Adesso bisogna dire che la Marchesa degli Angeli Miniati, come la chiamano nel giro dell’antiquariato, non ha più quasi una lira ma non rinuncia a quel quaderno celeste che considera una questione un po’ personale. “Il sior conte no me ga fato sconti ma io quel diario l’ho comprato lo stesso perché faceva parte della vita di mio padre”.
IN GITA TRA I BOMBARDAMENTI
Il diario è un quadernetto di modestissimo aspetto. “Un tipico libretto dei conti fine Ottocento con la copertina di cartone celeste e i fogli a righe. Il titolo è “Itinerario generale dopo il 1° giugno 1896”. Ed è l’unico documento personale autografo del re che ci è rimasto”.
Chiedo alla marchesa di poter dare un’occhiata al quaderno. Vedo che è dedicato alla moglie, la regina Elena, e subito, nella prima riga (1° giugno 1896), si parla di lei. Il re annota, in inglese: “Mosca, ci siamo incontrati per la prima volta”. Nella seconda riga, il re scrive che la desidera. Il 6 giugno scrive semplicemente:”Photos”. Continuo a sfogliare il quaderno. Ogni riga segnala un viaggio, tutti gli spostamenti fatti in compagnia della regina. “26 aprile 1897: Venezia (Esposizione Biennale)”. “19 giugno 1897: Londra (60°Regno Regina Vittoria)”. “28 luglio 1914: Roma (minacce di guerra)”. “26 dicembre 1914: nasce Maria”, l’ultima figlia. Micidiale la sequenza del 1915: “13 gennaio (terremoto di Avezzano). 24 maggio (guerra all’Austria. 19 agosto (guerra alla Turchia. 19 ottobre(guerra alla Bulgaria. 24 ottobre (attacco fallito al Sabotino)”. A ogni fine d’anno il re chiude sempre scrivendo “Viva l‘Italia!!”. Continuo a sfogliare. “9 gennaio 1936 Titolo di Imp.re di Etiopia”. “10 giugno 1940 guerra alla Francia e all’lnghilterra”. “18 gennaio 1941 gita a Napoli: feriti e navi”. Ed ecco il fatale 1943. “19 luglio Roma bombardata: 1300 uccisi”. “25 luglio Revoca Ministero Mussolini”. “10 settembre la fuga da Roma a Brindisi. 13 ottobre guerra alla Germania”.
E, dopo un appunto del 3 dicembre dedicato alla “gita a Bari bombardata”, la chiusura d’anno con la solita frase “Viva l’Ita1ia!!” e l’aggiunta “Ora più che mai!!!”.
UN NASTRINO COLOR BLU SAVOIA
Riconsegno il diario alla marchesa e le dico che mai mi sarei immaginato che lo stile Twitter (che adesso è ormai mania) lo avesse inventato il piccolo, brutto, storto penultimo re d’Italia in questo suo quadernetto on the road. Che tipo è la marchesa dovreste ormai averlo capito. Estrosa, trascinatrice, originale, irriverente (dice benissimo le parolacce). Ma ora guardandola mi sembra di intuire un filo di commozione. “Mi ricordo che a settembre c’era il consueto pellegrinaggio reale. Mio padre mi portava in visita dalla regina Elena a Cannes o a Montpellier. Me la ricordo vecchia ma con un’allure straordinaria. Il re 1’amava molto. Mio padre mi raccontava sempre che, quando accompagnava il sovrano nelle sue uscite, sempre, prima di rincasare, Vittorio Emanuele faceva fermare l’auto vicino a un prato e raccoglieva dei fiori. Poi li legava con uno dei nastrini blu Savoia che teneva nel suo studio e li offriva alla regina”. Quest’anno (guarda la coincidenza) ricorrono due compleanni, quello dei 65 anni dalla morte del penultimo re d’Italia e quello dei 60 anni dalla morte di Elena. Vittoria vorrebbe tanto riuscire a pubblicare quello strano diario fitto di date e di luoghi. “E lo farò anche se non ho più un quattrino e rischio l’interdizione perché per la casa editrice, l’amore per i codici e adesso questa roba del re, ho fatto fuori tutto quello che potevo fare fuori senza danneggiare i miei figli che mi guardano con un po’ di sospetto”.
Dare una degna edizione a quel libretto (la marchesa ha un’idea meravigliosa per illustrarlo: le copertine della Domenica del Corriere che raffiguravano le visite del re e della regina) è come salvare un altro codice.
Un codice che stavolta ha un risvolto privato, riecheggia un lessico famigliare.












